VIAGGIO NELLA SICILIA SPAGNOLA (PARTE TERZA) - CARNALIVARI E IL CINQUECENTO
di Michele Palamara

Già dalla fine del XV secolo si riaprono più intensi i rapporti culturali fra Sicilia e Italia. Dal 1463 è presente nell’isola Domenico Gagini che scolpirà più tardi le colonne di Santa Maria della Catena di Carnalivari in maniera decisamente rinascimentale. Con lui una serie di marmorari lombardi e toscani aprono le loro botteghe a Palermo e nello stesso periodo Francesco Laurana progetta e scolpisce, aiutato da Pietro Da Bontade, una cappella nella stessa città.

Saranno quindi due le tendenze stilistiche che perdureranno per tutto il 500 e la prima metà del 600. Da una parte lapicidi e intagliatori continuano a lavorare alla maniera spagnola, in molti casi con decorazioni isabelline o plateresche, dall’altra sono la rinascenza e la maniera italiana che, dapprima timidamente, poi sempre più decisamente detteranno i connotati dell’architettura siciliana.

Santa Maria della Catena a Palermo della fine del XV secolo, è opera del più grande architetto siciliano del tempo: Matteo Carnalivari, allievo di Laurana.

Carnalivari riesce a unire in quest’opera il gusto siciliano e spagnolo con le prime timide forme rinascimentali importate dall’Italia.

È, pertanto, nella sua architettura che si può individuare il passaggio al rinascimento in Sicilia.

L’illustre storico Calandra scrive: “Come in questa isola del Mediterraneo una luminosa giornata di dicembre unisce insieme la forza dei colori autunnali, la frizzante aria d’inverno e la radiosa allegria primaverile, così l’arte di Carnalivari sa ancora di orientale, molto di spagnolo, e già di italiano.”

La chiesa, dalla pianta tipicamente normanna, mostra una somiglianza di schema d’insieme con la Lonja di Palma di Majorca. Si guardi la facciata tripartita contenuta dalla stabile e bilanciata simmetria dei due pilastri. Mentre il traforo fiammeggiante del parapetto è molto simile a quello della Lonja di Perpignan e dei liberty villini Drago a Messina.

All’interno, la chiesa mostra i conosciuti  temi catalani nei costoloni delle volte e nelle chiavi pendule come, per citarne solo alcuni, quelli del chiostro dell’Hospital de la Santa Creu  e del convento de Sant Agustì Vell a Barcelona, mostra temi durazzeschi negli archi ribassati fortemente in tensione e temi rinascimentali nelle colonne e nei capitelli.

Ma l’edificio religioso che avrebbe potuto essere la cattedrale del gotico catalano in Sicilia e che non lo è stato perché rimasta incompiuta, è la Chiesa dello Spasimo a Palermo, degli inizi del 500.

Mentre alcuni elementi architettonici, come finestre e portali, si pongono stilisticamente in mezzo fra l’attardarsi dello stile levantino e l’incalzare della rinascenza, l’imponenza della struttura architettonica e l’assenza di ornamento della chiesa sono un deciso tentativo di revival gotico-catalano trecentesco.

Palazzo Abatellis a Palermo è anch’esso opera di Matteo Carnalivari.

Nell’incarico affidatogli si stabiliva che il palazzo dovesse stampare chiaro l’impressum di chi lo avrebbe abitato ed il suo potere dovesse essere denunciato apertamente alla città. Abatellis era un grosso mercante e banchiere e il suo palazzo doveva sorgere in quel quartiere palermitano dove si svolgeva la fervente attività mercantile. Venivano, altresì, specificati i modelli per il portale e per il tipo di pietra e veniva stabilito che l’architetto si dovesse servire di dodici fabricatores. Tra questi Juan Casada, intagliatore majorchino, a cui veniva dato incarico di intagliare tutte le finestre “ ad duas columnas”, cioè trifore.

E saranno proprio le finestre gotico fiammeggianti, composte da tre archetti ogivali traforati poggianti su esili colonnine, i cornicioni marcati e i torrioni merlati aggettanti su archetti pensili trilobati a fare assomigliare stilisticamente il palazzo alla Lonja di Valencia.

Nel primo ordine spicca il portale, che mostra una  composizione di telai e bastoni intrecciati, che ripetuti in fuga prospettica, sono inquadrati da quello più esterno legato saldamente dal cordone francescano. Il motivo ricorda quelli della Casa del Cordon a Burgos e gli ornamenti della Casa Consistorial di Barcelona.

Il bel portale introduce in un atrio ad arco ribassato che a sua volta introduce nel patio. A destra si trova il loggiato su due ordini: il primo ad archi ribassati il secondo ad archi sestacuti. Un altro bel portale sul patio, di fronte l’ingresso principale, ci ricorda, invece, quello che a sua volta dà sul patio del Palazzo del Re Martin a Poblet e quello, più modesto, ma non per questo meno bello, della chiesa di Santa Maria della Fontana a Petralia Sottana, nel palermitano.

Sempre a Palermo, il Palazzo Aiutamicristo, anch’esso opera di Carnalivari, veniva costruito per il mercante pisano Guglielmo Aiutamicristo. Il piano terra era destinato ai magazzini, il piano nobile all’abitazione signorile e il terzo alla servitù. Probabilmente i primi due livelli dovevano essere collegati dalla tipica scala scoperta. Alcune finestre del palazzo sono simili ad alcune trifore di Ibiza ed il loggiato del patio ad archi ribassati al primo ordine e sestacuti al secondo è molto simile al chiostro di Montserrat seppur ad ordini invertiti, come pure alla galleria del patio del Palacio de la Generalidad di Barcelona.

Con l’inizio del 500 l’influenza spagnola non è più solo levantina ma anche e soprattutto castigliano-leonese. Lo stile è denominato isabellino o “dei re cattolici”, quando è caratterizzato da uno straordinario gusto ornamentale unito a forme tardogotiche fiammeggianti di provenienza tedesca e olandese, oppure plateresco quando a questo straordinario gusto ornamentale sono unite invece forme prettamente rinascimentali.

A Ragusa, in Santa Maria delle Scale, le cappelle della Candelora e del Purgatorio manifestano decisamente questo gusto isabellino. Nella cappella del Purgatorio il merletto pensile dell’intradosso ha il proprio modello nella Cartuja de Miraflores e nella cattedrale di Burgos. Da Burgos, infatti, pare provenisse, secondo lo storico Enzo Maganuco, lo scultore noto in Sicilia col nome di Manstru Ramunnu, operante a Ragusa, Modica, Francofonte, San Gregorio e Vizzini.

Il plateresco prende il nome dalla parola platero, che in spagnolo vuole dire orefice, argentiere. Dalle mani di un orefice sembrano infatti uscire queste opere architettoniche nelle quali gli elementi cardine sono le bugne diamantate, i cosiddetti picos, e le conchiglie.

L’uso della conchiglia è di derivazione araba, ed è presente nella Casa de las Conchas di Salamanca, come nella Cappella dei Marinai a Trapani, nella chiesa dell’Annunziata e di S. Egidio a Mazara del Vallo e nella chiesa di S. Francesco a Comiso.

A Sciacca, nel Palazzo Steripinto, una delle più grandi opere plateresche siciliane, i picos chiudono l’involucro architettonico a guisa di scrigno. Il prospetto dell’edificio, per i suggestivi effetti di luce ed ombra provocati dal variare della luce sulle bugne diamantate è da accostare alla Casa de los picos di Segovia.

Il tema dei picos lo ritroviamo ancora ad Aidone nella cinquecentesca chiesa di San Domenico, dai colori bianco e giallo decisamente andalusi.

A Trapani, nel Palazzo Giudecca, o Ciambra, dei primi del 500, è visibile l’impronta plateresca sia nei picos che nella decorazione degli stipiti. Portali e finestre sono inghirlandati da sculture con temi vegetali, animaleschi e umani.  Sia nell’aspetto stilistico che nella struttura architettonica il palazzo trapanese ha il suo modello a Salamanca nella Casa de Las Conchas.

Sapore plateresco lo incontriamo ancora a Scicli nella facciata della chiesa di Santa Maria della Croce e nella chiesa dell’Immacolata a S. Gregorio.

A metà del 500 operano in Sicilia i fratelli Gagini.

Fazio e Vincenzo costruiscono nel 1547, come era in uso sia in Sicilia che in Spagna, una loggia adiacente il fianco del Duomo di Monreale. Il portico nei suoi elementi architettonici non manca di influenze ancora catalane.

Nella chiesa di San Eulalia dei Catalani a Palermo, del tardo 500, sorgente nei pressi della non più esistente loggia dei mercanti catalani, i clipei con busti imperiali spagnoli che coronano l’edificio e lo alleggeriscono sono uguali a quelli della Lonja di Valencia.

La chiesa, tuttora di proprietà spagnola, è in fase di restauro.

Del tutto straordinaria è la loggia-sagrestia di Randazzo, adiacente alla chiesa di S. Maria, di impianto svevo. Lo stile è tardo rinascimentale, ma non di importazione italiana, bensì spagnola. L’edificio, risalente al 500, anni in cui venivano apportate delle modifiche alla chiesa, fu restaurato nel tardo 600 dal messinese Agostino Scilla. Al piano terra la loggia, probabilmente di vendita, al piano superiore il tribunale ecclesiastico, divenuto poi sagrestia.

La sua posizione nell’impianto urbanistico della città di Randazzo, già dal trecento sede privilegiata dei nobili spagnoli, fa pensare appunto al suo probabile uso commerciale oltre che ecclesiastico.

La disposizione dei conci a faccia vista, l’aspetto turrito, le semplici bucature rettangolari protette da inferriate e con timpano sovrastante, gli acroteri terminali a forma di bolas, gli archi ribassati ci parlano decisamente spagnolo. Si vedano come esempio il palazzo della Generalidad a Valencia e tanti altri edifici spagnoli di aspetto severo costruiti sull’onda stilistica herreriana dell’Escorial.

 

LA LOGGIA DEI MERCANTI

DI MESSINA

 

Per il suo porto naturale , tra i mari Jonio e Tirreno, Messina trasse cospicui vantaggi economici e ottenne privilegi da parte dei dominatori.

Dall’età classica fino al terremoto del 1908, le attrezzature marittime della città richiamavano le navi per i rifornimenti, le riparazioni e per i ricchi negozi con i commercianti del luogo.

Nel 1296, Federico III D’Aragona istituiva la fiera franca annuale, e nel 1416 Ferdinando D’Aragona ribadiva questo privilegio trasferendola sulla cortina del porto.

Nel 1507, la città, affollata di mercanti di tutte le parti del mondo, che contrattavano i prezzi delle merci in luoghi precari, come il palazzo della Dogana, mandò in Spagna degli ambasciatori per chiedere a Ferdinando D’Aragona una sede fissa per questi incontri.

Ferdinando D’Aragona acconsentì che si iniziassero i lavori di costruzione di una Loggia dei Mercanti.

Si decise, allora, di costruirla al posto di un tratto delle mura di cinta della città, di fronte al mare, accanto alla turrita porta della Dogana Vecchia.

I lavori terminarono nel 1527.

Dopo aver portato a termine l’edificio ad un solo piano, si intuì che quel palazzo per la sua centralità sarebbe potuto essere sede anche di altre istituzioni o enti. Per cui, nel 1589 viene deciso un ampliamento notevole del fabbricato con una sopraelevazione in cui avrebbero dovuto avere sede la Tavola Pecuniara e il Senato, peraltro secondo la tipologia delle logge spagnole con l’ayuntamiento al piano superiore.

Messina, più di ogni altra città siciliana, aveva sempre mantenuto  ben saldi i rapporti culturali con la penisola. Mentre agli inizi del 400 ovunque in Sicilia si costruiva alla maniera spagnola, Baboccio Da Piperno scolpiva in un tardo gotico italiano il portale del Duomo.

I lavori per la Loggia dei Mercanti vennero si affidati a un siciliano, ma a un siciliano di scuola romana, e precisamente michelangiolesca.

Jacopo Del Duca, forse il miglior allievo di Michelangelo, nominato ingegnere della città al posto di Calamech, morto un anno prima, torna a Messina non appena finita la Cupola di Santa Maria di Loreto.

Dopo 10 anni, nel 1599, i lavori della nuova Loggia vengono portati a termine.

All’ingresso su una grande lapide si leggeva: “UT MERCATORUM UTILITATI CIVIUM ORNAMENTO REGIAE URBIS MESSANAE REGNI PROTOMETROPOLIS DIGNITATI CONSULERETUR...” (Buonfiglio Costanzo G., Messina città nobilissima descritta in XIII libri, Venezia 1606). Ossia il palazzo veniva costruito “AFFINCHÈ SI PROVVEDESSE ALL’UTILITÀ DEI CITTADINI MERCANTI...”.

L’edificio, rivestito interamente di marmi pregiati, presentava, al piano terra, dove si riunivano i mercanti, nove lunghe finestre con cancelli di ferro, spaziate lateralmente da coppie di lesene doriche bugnate, e nove balconi, tra altrettante coppie di lesene d’ordine jonico, corrispondenti nel piano superiore.

Questo schema ricordava l’interno della Chiesa di S. Maria in Trivio dello stesso Del Duca.

L’organizzazione volumetrica era quella di alcune grandi logge mercantili del levante spagnolo, mentre i valori espressivi erano del tardo rinascimento italiano.

Non è da escludere che, nel suo involucro esterno, realizzato nel secolo XVIII per coprire le antiche strutture gotiche, la Lonja di Barcelona non abbia avuto come esempio  l’importantissima loggia messinese, certamente non inferiore alle altre coeve lonjas spagnole, se non altro per dimensioni.

Nel 1602 si costruì, forse ad opera dello stesso Del Duca, una nuova sede per il Senato in Piazza Duomo, sul vecchio progetto del Calamech. Per cui l’edificio sulla marina veniva destinato esclusivamente ai mercanti, al consolato del Mare, al Consolato della Seta e più tardi anche ad Archivio Notarile.

Nel 1622, la Loggia dei Mercanti veniva inglobata e dotata di tutti i servizi connessi alle attività mercantili da quella spettacolare schiera di palazzi, chiamata “Palazzata”, costruita, peraltro, sull’orma delle coeve città spagnole e portoghesi, al posto delle ormai inutili mura di cinta, in modo da difendere la città dai venti e dal contatto immediato con la tumultuosa zona di traffico marittimo e mercantile.

L’incarico fu dato a Simone Gullì, il quale in soli due anni la portò a termine.

Al piano terra vi erano i magazzini e le botteghe. Ai piani superiori le abitazioni di mercanti, banchieri e famiglie benestanti

Al centro rimaneva, così, la Loggia dei Mercanti, nella propria maestosità.

Il piano superiore della Loggia dei Mercanti veniva in seguito adibito ad Armeria. I molteplici usi del palazzo fecero si che lo spazio per i mercanti diventasse insufficiente, per cui si costruì, nel 1627, un’altra Loggia al di là della Porta della Loggia.

L’edificio altrettanto bello, sede anche della Corte del Consolato dell’Arte della Seta, per metà era coperto da volte sostenute da grosse colonne di pietra e per l’altra metà era scoperto.

Questa loggia era tutta attorniata da un bellissimo e spazioso sedile di marmo con lunga fila di balaustri di ferro, ed in ognuno degli angoli c’era una bellissima colonna di porfido.

Nel suo insieme doveva assomigliare alla Loggia dei Catalani di Palermo.

Nel frattempo la città, dopo aver conquistato in un primo tempo la fiducia degli spagnoli, ed acquisito di conseguenza notevoli altri privilegi, nel 1674 si rivoltò contro. Questo episodio scatenò la vendetta di Madrid, la quale le tolse pian piano tutti i privilegi che in precedenza le aveva concesso.

Il Palazzo Senatorio di piazza Duomo veniva abbattuto, e al suo posto fatta erigere una statua di Carlo II.

Fu così che la Loggia dei Mercanti cedeva il suo sito al Senato, trasferendosi unicamente e definitivamente nella loggia anzidetta.

D’altronde il commercio non era più così fervido, come alcuni anni prima, e la piccola sede vicina era più che sufficiente.

Il terremoto tremendo del 1783 diede un ulteriore colpo all’economia cittadina distruggendo la Palazzata e danneggiando gravemente la Loggia dei Mercanti, ormai conosciuta ai più come Palazzo Senatorio.

 

 

Foto:

• Casa de las conchas a Salamanca

(All about spain - http://www.red2000.com)

• La Loggia Sagrestia di Randazzo (F. De Roberto - Randazzo e la Valle dell’Alcantara - Bergamo, 1909)

• La “Lonja” di Palma di Majorca (M. Palamara - Lonjas de Sicilia in “La Lonja un monumento del II para el III milenio - Valencia, 2000)

• La “Lonja” di Valencia (José Huguet Chanzà y Francesc Jarque - La lonja monumento vivo - Valencia, 1998)

• Palazzo Abatellis (Palermo 2000 - http://www.palermo2000.com)

• Palazzo della Giudecca (G. Bellafiore - Dall’argento alla pietra. In “Kalos”)

• Santa Maria della Catena (Sicilia per il turista - http://www.sicily.cres.it)

 

Santa Marida della Catena a Palermo

 

 

 

 

 

Loggia dei mercanti di Palma

 

 

 

 

 

Palazzo Abatellis a Palermo

 

 

 

 

Loggia dei mercanti di Valencia

 

 

 

 

 

Palazzo Steripinto a Sciacca

 

 

 

 

 

 

Palazzo della Giudecca a Trapani

 

 

 

 

 

 

 

Casa de las conchas a Salamanca

 

 

 

 

 

 

 

Loggia sagrestia di Randazzo

 



KLMenu
.