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Già
dalla fine del XV secolo si riaprono più intensi i rapporti
culturali fra Sicilia e Italia. Dal 1463 è presente nell’isola
Domenico Gagini che scolpirà più tardi le colonne di Santa Maria
della Catena di Carnalivari in maniera decisamente rinascimentale.
Con lui una serie di marmorari lombardi e toscani aprono le loro
botteghe a Palermo e nello stesso periodo Francesco Laurana
progetta e scolpisce, aiutato da Pietro Da Bontade, una cappella
nella stessa città.
Saranno
quindi due le tendenze stilistiche che perdureranno per tutto il
500 e la prima metà del 600. Da una parte lapicidi e intagliatori
continuano a lavorare alla maniera spagnola, in molti casi con
decorazioni isabelline o plateresche, dall’altra sono la
rinascenza e la maniera italiana che, dapprima timidamente, poi
sempre più decisamente detteranno i connotati dell’architettura
siciliana.
Santa
Maria della Catena a Palermo della fine del XV secolo, è opera
del più grande architetto siciliano del tempo: Matteo
Carnalivari, allievo di Laurana.
Carnalivari
riesce a unire in quest’opera il gusto siciliano e spagnolo con
le prime timide forme rinascimentali importate dall’Italia.
È,
pertanto, nella sua architettura che si può individuare il
passaggio al rinascimento in Sicilia.
L’illustre
storico Calandra scrive: “Come in questa isola del Mediterraneo
una luminosa giornata di dicembre unisce insieme la forza dei
colori autunnali, la frizzante aria d’inverno e la radiosa
allegria primaverile, così l’arte di Carnalivari sa ancora di
orientale, molto di spagnolo, e già di italiano.”
La
chiesa, dalla pianta tipicamente normanna, mostra una somiglianza
di schema d’insieme con la Lonja di Palma di Majorca. Si guardi
la facciata tripartita contenuta dalla stabile e bilanciata
simmetria dei due pilastri. Mentre il traforo fiammeggiante del
parapetto è molto simile a quello della Lonja di Perpignan e dei
liberty villini Drago a Messina.
All’interno,
la chiesa mostra i conosciuti
temi catalani nei costoloni delle volte e nelle chiavi
pendule come, per citarne solo alcuni, quelli del chiostro
dell’Hospital de la Santa Creu
e del convento de Sant Agustì Vell a Barcelona, mostra
temi durazzeschi negli archi ribassati fortemente in tensione e
temi rinascimentali nelle colonne e nei capitelli.
Ma
l’edificio religioso che avrebbe potuto essere la cattedrale del
gotico catalano in Sicilia e che non lo è stato perché rimasta
incompiuta, è la Chiesa dello Spasimo a Palermo, degli inizi del
500.
Mentre
alcuni elementi architettonici, come finestre e portali, si
pongono stilisticamente in mezzo fra l’attardarsi dello stile
levantino e l’incalzare della rinascenza, l’imponenza della
struttura architettonica e l’assenza di ornamento della chiesa
sono un deciso tentativo di revival gotico-catalano trecentesco.
Palazzo
Abatellis a Palermo è anch’esso opera di Matteo Carnalivari.
Nell’incarico
affidatogli si stabiliva che il palazzo dovesse stampare chiaro
l’impressum di chi lo avrebbe abitato ed il suo potere dovesse
essere denunciato apertamente alla città. Abatellis era un grosso
mercante e banchiere e il suo palazzo doveva sorgere in quel
quartiere palermitano dove si svolgeva la fervente attività
mercantile. Venivano, altresì, specificati i modelli per il
portale e per il tipo di pietra e veniva stabilito che
l’architetto si dovesse servire di dodici fabricatores. Tra
questi Juan Casada, intagliatore majorchino, a cui veniva dato
incarico di intagliare tutte le finestre “ ad duas columnas”,
cioè trifore.
E
saranno proprio le finestre gotico fiammeggianti, composte da tre
archetti ogivali traforati poggianti su esili colonnine, i
cornicioni marcati e i torrioni merlati aggettanti su archetti
pensili trilobati a fare assomigliare stilisticamente il palazzo
alla Lonja di Valencia.
Nel
primo ordine spicca il portale, che mostra una
composizione di telai e bastoni intrecciati, che ripetuti
in fuga prospettica, sono inquadrati da quello più esterno legato
saldamente dal cordone francescano. Il motivo ricorda quelli della
Casa del Cordon a Burgos e gli ornamenti della Casa Consistorial
di Barcelona.
Il
bel portale introduce in un atrio ad arco ribassato che a sua
volta introduce nel patio. A destra si trova il loggiato su due
ordini: il primo ad archi ribassati il secondo ad archi sestacuti.
Un altro bel portale sul patio, di fronte l’ingresso principale,
ci ricorda, invece, quello che a sua volta dà sul patio del
Palazzo del Re Martin a Poblet e quello, più modesto, ma non per
questo meno bello, della chiesa di Santa Maria della Fontana a
Petralia Sottana, nel palermitano.
Sempre
a Palermo, il Palazzo Aiutamicristo, anch’esso opera di
Carnalivari, veniva costruito per il mercante pisano Guglielmo
Aiutamicristo. Il piano terra era destinato ai magazzini, il piano
nobile all’abitazione signorile e il terzo alla servitù.
Probabilmente i primi due livelli dovevano essere collegati dalla
tipica scala scoperta. Alcune finestre del palazzo sono simili ad
alcune trifore di Ibiza ed il loggiato del patio ad archi
ribassati al primo ordine e sestacuti al secondo è molto simile
al chiostro di Montserrat seppur ad ordini invertiti, come pure
alla galleria del patio del Palacio de la Generalidad di Barcelona.
Con
l’inizio del 500 l’influenza spagnola non è più solo
levantina ma anche e soprattutto castigliano-leonese. Lo stile è
denominato isabellino o “dei re cattolici”, quando è
caratterizzato da uno straordinario gusto ornamentale unito a
forme tardogotiche fiammeggianti di provenienza tedesca e
olandese, oppure plateresco quando a questo straordinario gusto
ornamentale sono unite invece forme prettamente rinascimentali.
A
Ragusa, in Santa Maria delle Scale, le cappelle della Candelora e
del Purgatorio manifestano decisamente questo gusto isabellino.
Nella cappella del Purgatorio il merletto pensile
dell’intradosso ha il proprio modello nella Cartuja de
Miraflores e nella cattedrale di Burgos. Da Burgos, infatti, pare
provenisse, secondo lo storico Enzo Maganuco, lo scultore noto in
Sicilia col nome di Manstru Ramunnu, operante a Ragusa, Modica,
Francofonte, San Gregorio e Vizzini.
Il
plateresco prende il nome dalla parola platero, che in spagnolo
vuole dire orefice, argentiere. Dalle mani di un orefice sembrano
infatti uscire queste opere architettoniche nelle quali gli
elementi cardine sono le bugne diamantate, i cosiddetti picos, e
le conchiglie.
L’uso
della conchiglia è di derivazione araba, ed è presente nella
Casa de las Conchas di Salamanca, come nella Cappella dei Marinai
a Trapani, nella chiesa dell’Annunziata e di S. Egidio a Mazara
del Vallo e nella chiesa di S. Francesco a Comiso.
A
Sciacca, nel Palazzo Steripinto, una delle più grandi opere
plateresche siciliane, i picos chiudono l’involucro
architettonico a guisa di scrigno. Il prospetto dell’edificio,
per i suggestivi effetti di luce ed ombra provocati dal variare
della luce sulle bugne diamantate è da accostare alla Casa de los
picos di Segovia.
Il
tema dei picos lo ritroviamo ancora ad Aidone nella cinquecentesca
chiesa di San Domenico, dai colori bianco e giallo decisamente
andalusi.
A
Trapani, nel Palazzo Giudecca, o Ciambra, dei primi del 500, è
visibile l’impronta plateresca sia nei picos che nella
decorazione degli stipiti. Portali e finestre sono inghirlandati
da sculture con temi vegetali, animaleschi e umani. Sia nell’aspetto stilistico che nella struttura
architettonica il palazzo trapanese ha il suo modello a Salamanca
nella Casa de Las Conchas.
Sapore
plateresco lo incontriamo ancora a Scicli nella facciata della
chiesa di Santa Maria della Croce e nella chiesa dell’Immacolata
a S. Gregorio.
A
metà del 500 operano in Sicilia i fratelli Gagini.
Fazio
e Vincenzo costruiscono nel 1547, come era in uso sia in Sicilia
che in Spagna, una loggia adiacente il fianco del Duomo di
Monreale. Il portico nei suoi elementi architettonici non manca di
influenze ancora catalane.
Nella
chiesa di San Eulalia dei Catalani a Palermo, del tardo 500,
sorgente nei pressi della non più esistente loggia dei mercanti
catalani, i clipei con busti imperiali spagnoli che coronano
l’edificio e lo alleggeriscono sono uguali a quelli della Lonja
di Valencia.
La
chiesa, tuttora di proprietà spagnola, è in fase di restauro.
Del
tutto straordinaria è la loggia-sagrestia di Randazzo, adiacente
alla chiesa di S. Maria, di impianto svevo. Lo stile è tardo
rinascimentale, ma non di importazione italiana, bensì spagnola.
L’edificio, risalente al 500, anni in cui venivano apportate
delle modifiche alla chiesa, fu restaurato nel tardo 600 dal
messinese Agostino Scilla. Al piano terra la loggia, probabilmente
di vendita, al piano superiore il tribunale ecclesiastico,
divenuto poi sagrestia.
La
sua posizione nell’impianto urbanistico della città di Randazzo, già dal trecento sede privilegiata dei nobili spagnoli,
fa pensare appunto al suo probabile uso commerciale oltre che
ecclesiastico.
La
disposizione dei conci a faccia vista, l’aspetto turrito, le
semplici bucature rettangolari protette da inferriate e con
timpano sovrastante, gli acroteri terminali a forma di bolas, gli
archi ribassati ci parlano decisamente spagnolo. Si vedano come
esempio il palazzo della Generalidad a Valencia e tanti altri
edifici spagnoli di aspetto severo costruiti sull’onda
stilistica herreriana dell’Escorial.
LA
LOGGIA DEI MERCANTI
DI
MESSINA
Per
il suo porto naturale , tra i mari Jonio e Tirreno, Messina trasse
cospicui vantaggi economici e ottenne privilegi da parte dei
dominatori.
Dall’età
classica fino al terremoto del 1908, le attrezzature marittime
della città richiamavano le navi per i rifornimenti, le
riparazioni e per i ricchi negozi con i commercianti del luogo.
Nel
1296, Federico III D’Aragona istituiva la fiera franca annuale,
e nel 1416 Ferdinando D’Aragona ribadiva questo privilegio
trasferendola sulla cortina del porto.
Nel
1507, la città, affollata di mercanti di tutte le parti del
mondo, che contrattavano i prezzi delle merci in luoghi precari,
come il palazzo della Dogana, mandò in Spagna degli ambasciatori
per chiedere a Ferdinando D’Aragona una sede fissa per questi
incontri.
Ferdinando
D’Aragona acconsentì che si iniziassero i lavori di costruzione
di una Loggia dei Mercanti.
Si
decise, allora, di costruirla al posto di un tratto delle mura di
cinta della città, di fronte al mare, accanto alla turrita porta
della Dogana Vecchia.
I
lavori terminarono nel 1527.
Dopo
aver portato a termine l’edificio ad un solo piano, si intuì
che quel palazzo per la sua centralità sarebbe potuto essere sede
anche di altre istituzioni o enti. Per cui, nel 1589 viene deciso
un ampliamento notevole del fabbricato con una sopraelevazione in
cui avrebbero dovuto avere sede la Tavola Pecuniara e il Senato,
peraltro secondo la tipologia delle logge spagnole con
l’ayuntamiento al piano superiore.
Messina,
più di ogni altra città siciliana, aveva sempre mantenuto
ben saldi i rapporti culturali con la penisola. Mentre agli
inizi del 400 ovunque in Sicilia si costruiva alla maniera
spagnola, Baboccio Da Piperno scolpiva in un tardo gotico italiano
il portale del Duomo.
I
lavori per la Loggia dei Mercanti vennero si affidati a un
siciliano, ma a un siciliano di scuola romana, e precisamente
michelangiolesca.
Jacopo
Del Duca, forse il miglior allievo di Michelangelo, nominato
ingegnere della città al posto di Calamech, morto un anno prima,
torna a Messina non appena finita la Cupola di Santa Maria di
Loreto.
Dopo
10 anni, nel 1599, i lavori della nuova Loggia vengono portati a
termine.
All’ingresso
su una grande lapide si leggeva: “UT MERCATORUM UTILITATI CIVIUM
ORNAMENTO REGIAE URBIS MESSANAE REGNI PROTOMETROPOLIS DIGNITATI
CONSULERETUR...” (Buonfiglio Costanzo G., Messina città
nobilissima descritta in XIII libri, Venezia 1606). Ossia il
palazzo veniva costruito “AFFINCHÈ SI PROVVEDESSE ALL’UTILITÀ
DEI CITTADINI MERCANTI...”.
L’edificio,
rivestito interamente di marmi pregiati, presentava, al piano
terra, dove si riunivano i mercanti, nove lunghe finestre con
cancelli di ferro, spaziate lateralmente da coppie di lesene
doriche bugnate, e nove balconi, tra altrettante coppie di lesene
d’ordine jonico, corrispondenti nel piano superiore.
Questo
schema ricordava l’interno della Chiesa di S. Maria in Trivio
dello stesso Del Duca.
L’organizzazione
volumetrica era quella di alcune grandi logge mercantili del
levante spagnolo, mentre i valori espressivi erano del tardo
rinascimento italiano.
Non
è da escludere che, nel suo involucro esterno, realizzato nel
secolo XVIII per coprire le antiche strutture gotiche, la Lonja di
Barcelona non abbia avuto come esempio
l’importantissima loggia messinese, certamente non
inferiore alle altre coeve lonjas spagnole, se non altro per
dimensioni.
Nel
1602 si costruì, forse ad opera dello stesso Del Duca, una nuova
sede per il Senato in Piazza Duomo, sul vecchio progetto del
Calamech. Per cui l’edificio sulla marina veniva destinato
esclusivamente ai mercanti, al consolato del Mare, al Consolato
della Seta e più tardi anche ad Archivio Notarile.
Nel
1622, la Loggia dei Mercanti veniva inglobata e dotata di tutti i
servizi connessi alle attività mercantili da quella spettacolare
schiera di palazzi, chiamata “Palazzata”, costruita, peraltro,
sull’orma delle coeve città spagnole e portoghesi, al posto
delle ormai inutili mura di cinta, in modo da difendere la città
dai venti e dal contatto immediato con la tumultuosa zona di
traffico marittimo e mercantile.
L’incarico
fu dato a Simone Gullì, il quale in soli due anni la portò a
termine.
Al
piano terra vi erano i magazzini e le botteghe. Ai piani superiori
le abitazioni di mercanti, banchieri e famiglie benestanti
Al
centro rimaneva, così, la Loggia dei Mercanti, nella propria
maestosità.
Il
piano superiore della Loggia dei Mercanti veniva in seguito
adibito ad Armeria. I molteplici usi del palazzo fecero si che lo
spazio per i mercanti diventasse insufficiente, per cui si costruì,
nel 1627, un’altra Loggia al di là della Porta della Loggia.
L’edificio
altrettanto bello, sede anche della Corte del Consolato
dell’Arte della Seta, per metà era coperto da volte sostenute
da grosse colonne di pietra e per l’altra metà era scoperto.
Questa
loggia era tutta attorniata da un bellissimo e spazioso sedile di
marmo con lunga fila di balaustri di ferro, ed in ognuno degli
angoli c’era una bellissima colonna di porfido.
Nel
suo insieme doveva assomigliare alla Loggia dei Catalani di
Palermo.
Nel
frattempo la città, dopo aver conquistato in un primo tempo la
fiducia degli spagnoli, ed acquisito di conseguenza notevoli altri
privilegi, nel 1674 si rivoltò contro. Questo episodio scatenò
la vendetta di Madrid, la quale le tolse pian piano tutti i
privilegi che in precedenza le aveva concesso.
Il
Palazzo Senatorio di piazza Duomo veniva abbattuto, e al suo posto
fatta erigere una statua di Carlo II.
Fu
così che la Loggia dei Mercanti cedeva il suo sito al Senato,
trasferendosi unicamente e definitivamente nella loggia anzidetta.
D’altronde
il commercio non era più così fervido, come alcuni anni prima, e
la piccola sede vicina era più che sufficiente.
Il
terremoto tremendo del 1783 diede un ulteriore colpo
all’economia cittadina distruggendo la Palazzata e danneggiando
gravemente la Loggia dei Mercanti, ormai conosciuta ai più come
Palazzo Senatorio.
Foto:
•
Casa de las conchas a Salamanca
(All
about spain - http://www.red2000.com)
•
La Loggia Sagrestia di Randazzo (F. De Roberto - Randazzo e la
Valle dell’Alcantara - Bergamo, 1909)
•
La “Lonja” di Palma di Majorca (M. Palamara - Lonjas de
Sicilia in “La Lonja un monumento del II para el III milenio -
Valencia, 2000)
•
La “Lonja” di Valencia (José Huguet Chanzà y Francesc Jarque
- La lonja monumento vivo - Valencia, 1998)
•
Palazzo Abatellis (Palermo 2000 - http://www.palermo2000.com)
•
Palazzo della Giudecca (G. Bellafiore - Dall’argento alla
pietra. In “Kalos”)
•
Santa Maria della Catena (Sicilia per il turista -
http://www.sicily.cres.it)
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